Una madre che rivede la propria figlia dopo lunghi anni di lontananza, una figlia che accoglie la propria madre sotto il peso del sospetto e del rancore, una sofferta e delicata storia di malintesi e doloranti stupori, raccontata in un soffice flusso di coscienza che sconfina spesso in reminiscenze letterarie estremamente precise.
Così racconta la madre il proprio viaggio verso l’estranea e algida Stoccolma, città in cui la figlia risiede e l’occasione per l’incontro è la nascita del nipotino Raniero. La seguiamo nel suo viaggio attraverso questi sconfinati spazi e meravigliosi scorci di natura svedese, accompagnata dal genero, a cui lei si rivolge nei suoi pensieri con affettuosa ironia, magnificandone lo splendido fisico vichingo e fantasticando sulla strana alchimia che ha potuto portare la sua "determinata e, per certi versi, arida figlia" , così come la definisce, verso quest’uomo apparentemente sensibile e attento. Arrivata finalmente di fronte alla figlia, cerca le parole - e non le trova - cerca i modi per rapportarsi a lei: ma tutto è così lontano e distante dalla meravigliosa sintonia che esisteva fra loro due, quando ancora tutto era possibile, quando ancora la famiglia si reggeva, pur con disagio e difficoltà, quando ancora il marito era vivo. Passano i giorni e la madre ritrova sensazioni e ricordi, che trascorrono sulla testa lanuginosa del neonato: e sulla sua pelle profumata di latte, nei gesti antichi e sempre nuovi della figlia Erika, diventata madre, lei capisce che è arrivato il momento. Questo è davvero il momento giusto per spiegare la distanza, si ripete il discorso così minuziosamente preparato: ma quando siede vicino alla figlia, le parole scivolano via e rimane solamente il semplice e lento racconto che vuole dare un nome all’abisso apertosi fra le loro due anime e si tratta di un nome di donna.
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